Velia e la civiltà della Magna Graecia

Un singolare destino quello di Velia [Elea], città fra le più illustri del mondo antico. Per la difformità del nome, già in età classica, per la scomparsa del toponimo nell'alto medioevo, si finì per dubitare persino della sua esistenza. Né della sua ubicazione si poteva trarre notizia dagli Eleati, ai quali, soltanto per le loro dottrine filosofiche, aveva rivolto la propria attenzione il mondo della cultura; né poteva esserne utile indizio, perché limitato ai soli atti ufficiali della Chiesa, il titolo «Velino», di cui si fregiano tuttora i vescovi di Vallo della Lucania.
Eppure, della floridezza economica dell'antica città, degli ottimi suoi rapporti con altre poleis, dei suoi fiorenti traffici continuava ad esser memoria ovunque nei ripostigli monetali, negli esemplari delle sue splendide monete di argento, le uniche testimonianze, fino a poco tempo fa, dei suoi indirizzi artistici e dei suoi culti.
Velia doveva apparire veramente bella ai tempi del suo massimo splendore; forse più che bella, ridente e suggestiva all'ignaro navigante che, doppiata la paurosa rupe di Palinuro, aveva appena superata la stretta punta di Ascea. Principalmente per la scenografica disposizione ionica dell'abitato sulle digradanti terrazze del roccioso colle, che si slanciava deciso a fendere il mare. Case, torri, templi via via si stagliavano netti contro l'azzurro del cielo, brillavano nella stupenda sinfonia di verde della cornice montana oppure occhieggiavano fra l'argento degli ulivi e l'oro dei grevi massi di arenaria.
Fu questa particolare situazione dei templi a facilitarne più tardi le spoliazioni e la distruzione; e la stessa sistemazione in roccia di stipi e loculi favorì, nel secolo scorso, il fiorire del mercato antiquario napoletano, per le manomissioni dei fedeli che si avvicendavano sul colle, per la sagra di primavera, a venerarvi la «Madonna» miracolosa.
Dell'antica città avevano detto il noto Cluvèr e l'agostiniano L. Mannelli, nel secentesco prezioso suo manoscritto, e soprattutto l'Antonini, che, feudatario dell'immediato retroterra, nei primi del '700 doveva essersi recato più volte a Castellammare della Bruca: nome dato al luogo in età normanna, evidentemente in mancanza di ogni altro, e ancor tale sulle carte geografiche dei primi decenni del '900.
Nei primi del secolo scorso, anche per l'interesse destato dai notevoli particolari rivelati dall'Antonini, si ebbe la prima memoria su Velia del Mùnter e, subito dopo, la relazione del de Luynes, che fu colà con il suo architetto. Ma solo nel 1883 vi giungeva, e per poche ore. F. Lenormant, attrattovi anche dal fascino di essere il primo, lui, un francese, a dire ampiamente della consorella tirrenica di Marsiglia. Pagine limpidissime le sue, che si leggono volentieri, e più qui che in Francia, non per la seduzione del suo inimitabile stile, ma per l'originalità delle sue osservazioni, oggi più che attuali. Non sfuggiva, per esempio, al suo esperto occhio di archeologo la naturale esistenza di due porti, uno a meridione e l'altro nella parte settentrionale con un sobborgo, e la sua perspicacia era particolarmente stimolata dalla presenza di alcuni resti di ambienti in poligonale a formulare l'ipotesi, che gli scavi odierni tendono a confermare, di un grosso abitato preesistente all'arrivo degli esuli Ioni di Focea; e anche è da ricordare che le caratteristiche uniche dei sanguigni mattoni di Velia l'invogliarono a portarne due a Parigi, per il Museo del Louvre.
Sono del 1889 le ricognizioni di 0. Dito, che della topografia e della storia di Velia si occupava nella sua tesi di laurea, e di W. Schleuning, il quale riusciva a corredare le dense pagine della metodica sua esplorazione con nitidi disegni di resti architettonici, persino con una planimetria dell'antica città: accuratissima se veniva proficuamente utilizzata poi da A. Maiuri e dagli altri Soprintendenti alle antichità succedutisi a Salerno. Nel maggio 1927, auspice la Società Magna Grecia, ebbe luogo la prima, e purtroppo breve, campagna di scavi di A. Maiuri. Oltre che a settentrione; dove P. Mingazzini rinvenne tracce di abitazioni, mettendo a luce anche lunghi tratti di mura e una strada a lastroni irregolari, che ritenne della prima metà del IV secolo; si affondò il piccone nella spessa coltre detritica del crinale della collina di bionda arenaria. S'isolarono opere fortificate e si riaprì il serpeggiante sentiero dei miti, che dal propugnacolo del Castelluccio (IV secolo, vertice delle fortificazioni: m. 139 sul livello del mare) scende sull'estremità dell'acropoli al Castello medioevale (m 75 sul mare), toccando le varie terrazze di emersione (A - E), riattate dai Focei di Velia per elevarvi poi i loro santuari. Prestigiosi, come la grande ara all'aperto del V secolo della terrazza A, paragonata all'altare di Jerone a Siracusa, l'ellenistico complesso sacro della B, che il Maiuri, per vari caratteri, giudicò dedicato a divinità ctonie e nel quale mi riuscì d'identificare il Persephoneion velino; lo stereobate (Terrazza E) del massimo tempio di Velia (primi del V secolo), dedicato ad Athena poliàde. Santuario questo innalzato su altro più antico all'estremità del colle di Velia, limitato a nord dalle pianure dell'Alento e del Palistro e a sud dall'esigua piana della rovinosa Fiumarella di S. Barbara; promontorio che nel VI secolo si protendeva nel mare a separare, come a Focea e a Marsiglia, due seni sicuri. Tutto lascia credere che sulle rive di quelle insenature già in età tardo-micenea fossero approdati spericolati navigli egei giunti in Italia «a cercar metalli» e minerali preziosi, come l'allume. Sospinti dalla cordialità degli indigeni, attratti soprattutto dalla dolcezza del clima, sempre uguale nei mesi idonei alla navigazione, vi sostavano volentieri i naviganti; vi si fermarono anche, stanziandosi sull'ampia terrazza del promontorio, alla cui estremità elevarono un tempio, dedicandolo, com'era loro costume, alla divinità patria. Su quella rupe il santuario, per la felice sua ubicazione, divenne guida sicura per i naviganti provenienti da Is alla foce del Sele, soprattutto per le navi costrette a superare al largo il navifragum Capo Palinuro, il «monte d'oro» dei corsari barbareschi, sul cui frontone la risacca ricama cangianti intarsi di spume.
Quelle spiagge continuarono ad essere meta obbligata per tutte le navi provenienti dall'Oriente, per i rifornimenti di buona legna e della fresca acqua di una limpida fonte, per il riposo, sulla fine tiepida sabbia, delle ciurme stremate dalla fatica dei remi, per il proficuo scambio di prodotti anche con le popolazioni dell'interno. Quei traffici divennero sempre più attivi agli albori del VI secolo, con l'arrivo dei primi marinai-mercanti di Focea, che intorno a quel tempo avevano fondato Massalia (Marsiglia: 600 a.C.) nel superbo Golfo del Leone: di ciò si ha notizia dalla ceramica rinvenuta sull'acropoli di Velia, senz'altro analoga alla coeva massaliota.
Sono note le fortunose vicende occorse alla popolazione di Focea, assediata da Arpago. l'astuto stratega di Ciro (546 a.C). Abbandonata l'opulenta città, respinti da Chio e forse da Massalia, gli esuli Focei furono costretti a ripiegare sulla Corsica, dove vent'anni prima, a seguito dell'erronea interpretazione di un vaticinio, Focea aveva fondato Alalia, città pertanto fatalmente destinata a perire come voleva un'antica credenza. Era naturale che Alalia, non più semplice scalo di transito, ma d'improvviso grande città, costituisse un continuo e sempre più grave pericolo per i Cartaginesi insediati in Sardegna e per gli Etruschi minacciati dai Greci anche nelle loro colonie campane. Della prima battaglia navale dei Mediterraneo italiano combattuta dagli ardimentosi Focei contro la più forte coalizione etrusco-cartaginese (541 a.C), della vittoria tattica conseguita dagli esuli, dell'abbandono di Alalia, dell'arrivo nell'amica Reggio dei superstiti, del consenso di Poseidonio e, per essa, della restia Sibari allo stanziamento (540 a.C.) di un'intera massa di popolo in un territorio che oggi si è soliti designare impero sibaritico, è sempre notizia negli indimenticabili cinque paragrafi della narrazione di Erodoto. E poiché in questo compendio «delle cose di Focea» è innegabile un colorito poetico, è più che probabile che lo storico antico avesse attinto le sue informazioni dalla tuttora discussa Apoichia velina di Senofane.
L'irrequieto filosofo dall'animo di poeta si era unito, a Reggio, ai conterranei d'Asia Minore, come lui profughi per non sottostare alla servitù persiana, non tanto per esser partecipe di un evento fra i più grandi del tempo, come la fondazione di una città, ma anche perché quest'ultima sarebbe sorta nei pressi di Pixus, elevata dai discendenti dei Colofoni fondatori di Siri. Altrimenti, non si spiegherebbe l'omonimia (Hales) fra il più grande fiume di Velia e quello di Colofone.
Non meravigli questo cenno sulla partecipazione senofanea all'apoichia velina, negata da quegli storici della filosofia che respingono ogni rapporto tra Senofane e l'indirizzo del pensiero eleatico. Come non deve suscitare stupore l'insistenza nel sottolineare che Velia, per Erodoto, era pólin già prima della colonizzazione dei Focei, i quali «acquistarono» il diritto allo stanziamento, non «s'impossessarono » del territorio come comunemente si traduce ectésanto di Erodoto. A parte la nota consuetudine dei Focei di acquistare per negoziazione i luoghi da colonizzare, è difficile spiegare come avessero potuto impadronirsi di un territorio, con le armi, i superstiti di Alalia, per lo più vecchi donne e bambini, anche se duemila come si deduce dal numero delle persone che avrebbero potuto trasportare le penrecóntori scampate alla battaglia, computo possibile per una notizia che si legge altrove, nello stesso Erodoto.
Di Velia «città in terra di Enotria», dei cordiali rapporti Focei-indigeni, delia stessa rapida loro fusione, è chiara memoria su alcune rarissime dramme per un lodevole scrupolo ortografico: a rendere il suono del V, ormai desueto nel dolce dialetto ionico, s'incise l'arcaico digamma iniziale del nome della città. Nome che era quello della Ninfa della sorgente (la polla che alimenta la grande vasca dell'insula I?), l'eponima di Velia, da cui l'etnico Yeleton sulle monete e il nome della città, Yele, in Erodoto e sulle monete (la forma attica «Elea» è tarda, per la prima volta in Platone, sofista, diffusasi, se è in altri testi e nel decreto di asylia, per l'Asclepieion di Cos del III secolo).
La città fiorì per il prodigioso sviluppo dei suoi traffici; anzi, la sua valuta finì per diventare così importante che al peso dei suoi didrammi si uniformavano i nummi di altre poleìs, dando origine persino al denario leggiero romano. Della feconda attività che da tutto ciò alla città derivava è appena un pallido cenno nei resti architettonici messi a luce dagli scavi. Di Velia, chiusa da un complesso fortificato di oltre sette km., quasi il doppio delle stesse mura di Poseidonia, si è messo allo scoperto poco: appena qualche scultura, non tutti gli edifici pubblici, pochissima ceramica, anche perché sono tuttora inesplorate le pur note necropoli, per le non lievi difficoltà, e non soltanto economiche, degli scavi. Nel 1935 l'Ente Antichità e Monumenti di Salerno rinvenne a Velia tracce di un villaggio neolitico, mise a luce un intero quartiere ellenistico sulle pendici meridionali, scoprì avanzi di ville romane. Il modo delle costruzioni anche qui informa dell'innato gusto al terrazzamento dei Velini, di un'architettura aperta al paesaggio, da cui trasse spunti, forse, la stessa Baia.
Più fruttuosi, anche perché più vasti, gli scavi degli anni cinquanta (P.C. Sestieri) condotti con cantieri-scuola o finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno, la quale da qualche anno, purtroppo, non alimenta più con larghezza le auspicate sistematiche campagne di scavi da cui si attende la soluzione del problema urbanistico di Velia.
Durante quegli anni gli scavi isolarono altri tratti di mura, anche nella parte settentrionale, dove apparvero i perimetri di due torri limitanti forse una porta, e di una terza torre, sulla destra di chi entra nella città: certamente un elemento difensivo e caratteristico, del tipo Porta Scea. Si rinvenne un cippo, che consentì l'attribuzione a Zeus della grande ara della terrazza A, dove non mancano ruderi di mura in poligonale; si ampliò lo scavo Maiuri della terrazza B con il rinvenimento di tracce di un portico e di un tratto di muro in perfetta opera poligonale; su una spianata rocciosa (Terrazza D) si misero a luce filari di blocchi di conglomerato costitutivi di un singolare santuario all'aperto circondato da una stoà: complesso che una stele di compatta arenaria rivelò dedicato a Poseidon, verso la fine del IV secolo; si tornò sulla terrazza E dove, attigui allo stereobate, vennero scoperti resti di un portico e, con decorso obliquo ai grossi blocchi di fondazione del tempio, un breve tratto della parete di un ambiente, nero per spesse tracce d'incendio, che una pioggia torrenziale rivelò come il più bell'esempio di muro in poligonale, per la fine connessione dei massi d'arenaria.
Sulle pendici meridionali la scoperta di altri muri di terrazzamento (V e IV secolo) confermò che anche lì il tessuto urbanistico si articolava su ripiani digradanti, come a Priene; ma non con schemi rigidamente ippodamei, come nella città micro-asiatica. Che il grande architetto milesio possa essere stato a Velia, non è da escludere: Ippodamo fu pure cittadino di Thurii. Dopo l'isolamento della così detta agorà (III secolo), attraversata da un canale, nel quale, fra avanzi d'incendio, si rinvennero numerosi bronzetti costitutivi di un balteo di cavallo, gli scavi vennero spostati nella parte bassa dietro il rilevato ferroviario, poi viadotto dove venne scoperta un'altra porta (Porta marina sud), imponente per le spesse mura e le poderose torri. Ancor più interessanti i resti apparsi dietro questo complesso: costruzioni a vari livelli, dei quali il superiore era al di sopra di un ampio strato con vaste tracce d'incendio. L'insieme del secondo livello si rivelò come un grande aggregato urbano con oltre 170 ambienti: un enorme alveare con le celle in pieno sole.
Nella prima delle due insule archeologiche emersero, con marmi, sculture e parte del perimetro di una torre, un grande complesso termale (II secolo d.C.) con vie e tratti di canalizzazione, gli avanzi di una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale, per vari motivi, mi parve riconoscere una basilica, la paleo-cristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell'apostolo Matteo.
Esorbita dai limiti di queste pagine indugiare sulla veridicità della millenaria tradizione sulla quale indagano tuttora, e con accesa acuta polemica, agiografi e filologi. Tuttavia, è impossibile non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull'ubicazione del sepolcro dell'apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo loro reimpiego dopo il III secolo d.C. All'autore della Traslatio (si propende per lo stesso del Chronicon salernitanum) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (anno 954, traslazione dei resti dell'apostolo da Velia a Salerno).
Certo è che Velia era diocesi prima del 500 d.C, come è certo che in età longobarda, ciò si desume da un diploma del 950, il luogo era noto solo per la chiesa «ai due fiumi», l'Alento e il Palistro, alle cui foci, poi congiunte, erano i porti settentrionali di Velia, come conferma l'aerofotografia. Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (da tempo chiusa al culto), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medioevali e un'epigrafe: chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolata alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I. Non meno importante la seconda insula.
Rimosse alcune strutture superficiali di età medioevale, si rinvenne via via un incalcolabile numero di resti di colonne non scanalate, di cui molti rocchi reimpiegati a chiudere intercolumni o ancora poggiati su basi equidistanti a formare un porticato; inoltre, tavoli di marmo dalle fogge più diverse nonché anfore e vasi anche per profumi. Notevole poi, a due metri dalla cortina interna delle mura, un granar rettangolare criptoportico (I secolo a.C.) con resti di volta a botte, pareti ad intonaco e pavimento a mosaico, i cui lati circondano un terrapieno sul quale non si rinvennero coeve costruzioni. Sparse, qua e là, erme, ritratti, statue più di donne che di uomini. Fra le sculture una testa efebica, un'altra barbata da un originale fine V primi IV secolo, una copia del ritratto di Menandro, ritratti romani, tra cui quelli di Augusto e Livia giovani; e particolarmente importante una splendida testa femminile turrita: Velia. Fra le statue di donne, notevole una bianca statua acefala e monca, tipologicamente Igea; tra quelle di uomini, la statua di un personaggio togato, che l'epigrafe dedicatoria rivelò essere un medico di Velia. «capo della scuola» (phólarcos). Anche le erme ricordano altrettanti medici di Velia: tutti «capiscuola» e tutti, anche il togato, con identico nome, oulìs, che precede l'indicativo patronimico. Un termine nel quale mi parve scorgere un sicuro nesso con Apollo oulios. «guaritore», culto attestato a Cos, amica di Velia nel 242 a.C. A Velia, dunque, era stato (seconda metà del I secolo d.C.) un ghenos di medici (Ouliàdai) analogo a quello di Cos (Asclepiàdai), ambedue discendenti dallo stesso Apollo guaritore. Tutto ciò, unitamente ad altri indizi, m'inducevano a supporre (1960-61) l'esistenza a Velia di un Collegio medico e di una Scuola di medicina. Anzi, un significativo confluire di altri indizi, tra cui l'esistenza a Velia di un'eterìa pitagorica, circolo di uomini di pensiero ai tempi di Parmenide e Zenone e associazione sodale di medici poi, di cui rinvenni traccia nel Collegio dei filosofi e medici della vicina Salerno, m'indussero a scorgere nella Schola Salerni la continuazione-derivazione della Scuola di medicina di Velia.

Gli scavi, ripresi con maggior lena nel 1962 (M. Napoli) nella stessa insula, misero a luce una statua cultuale di Asclepio proprio sugli scalini di una delle gradinate di accesso al criptoportico; frammenti di un altare, che apparve imponente, più tardi, al di là della scalinata per cui si accede al complesso, e un pozzo che per le sue caratteristiche mi parve non avesse avuto funzione di cisterna, in mancanza di qualsiasi dispositivo per il convogliamento delle acque e per l'impossibilità di stabilire il modo per attingerne. Elementi tutti, perciò, costitutivi solo dei santuari del dio e che giustificavano, per il culto infero di Asclepio, la presenza dell'attiguo adyton con un giardino pensile sul terrapieno, il boschetto sacro. Alla prima conferma dell'induzione seguì il rinvenimento di un'erma acefala dedicata a Parmenide. Per la prima volta dalle rovine di Velia affiorava il ricordo del mègas di Platone, del grande Eleate. L'epigrafe chiariva in via definitiva la forma del nome di Parmenide, confermava il tradizionale patronimico e il nesso oulis-Apollo oulios, per cui nel terzo termine dell'epigrafe — la felice intuizione è di G. Pugliese Carratelli — la credenza a Velia di un Parmenide fondatore anche della Scuola di medicina, se sulla sua erma non erano stati incisi, come sulle altre, titolo e data; nell'ultimo termine, una probabile nuova accezione (physicós = medico).
Oltre che filosofo, legislatore e magistrato, Parmenide fu, dunque, anche fisiologo e medico: una figura ancor più complessa che tuttavia non sminuisce affatto quella tradizionale da Aristotele in poi.
La ricchezza dei primi saggi orientativi (un edificio sacro pure sulla terrazza C) persuadeva l'attuale soprintendente M. Napoli della necessità di un'indagine metodica, intesa principalmente a stabilire il percorso della strada cardine della città. Si tornò sul pianoro del versante settentrionale della collina, a cercare, con altri tratti di mura, la via che avrebbe dovuto attraversare la supposta porta nord della città. Apparvero le tracce di una strada extra urbana in ripido pendio, che portava al vicino rotondo porto alla foce del Palistro; strada che doveva proseguire anche per quello più lontano, alla foce dell'Alento, sul versante occidentale della Tempa Malconsiglio innanzi, gli Enotridi, gl'isolotti per Plinio argumentum possessae ab Oenotriis Italiae, sulla quale l'aerofotografia aveva mostrato l'esistenza di una necropoli spiegabile solo se di tipo misenate. Lì il secondo porto sicuro, perché anch'esso protetto dai forti venti meridionali, che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda le navi di Verre onuste di preda siciliana. Nel suo percorso urbano, attraverso il quartiere commerciale, la strada si apriva ampia e lastricata, risalendo, a tornanti, il declivio verso il Vuccolo, la grande gola della collina con le sue scarpate di grossi massi di arenaria frammisti a terreno argilloso, sempre rovinose, nonostante l'intervento della mano dell'uomo, che insisteva nel diminuirne la forte inclinazione. Distanti l'uno dall'altro circa tre metri s'innalzarono poi due muri contenitivi (m. 4 dalle fondazioni) di blocchi di più compatta arenaria: l'inferiore, lungo una ventina di metri, il superiore di circa otto, che a nord veniva poi congiunto al muro occidentale con una serie di mirabili conci radiali da cui nasceva un superbo arco a tutto sesto. Su questo, a sminuire le pressanti spinte, a facilitare il percorso della via dei templi, a fermare la caduta di altre pietre, si elevò, poi, un calcolato arco di scarico con propaggini affondate nelle contrapposte scoscese scarpate. Ne risultò, in definitiva, una magnifica opera architettonica, la più prestigiosa di Velia, su cui non mancano i marchi delle pubbliche cave e, su un blocco, un'iscrizione che, per il rinvenimento poi di un cippo all'ingresso occidentale del lungo fornice (m. 5,92), conferma la dedica a Zeus del mirabile monumento, al quale lo scorrer del tempo dava una pallida tinta di oro rosato.
Oltrepassato l'interno lieve dosso di cocciopesto del fornice, la via proseguiva quasi pianeggiante, ma non lastricata, lungo il tratto protetto a sinistra dalla fiancata orientale (appena m. 1,60 per l'allargarsi della gola) e a destra da un magnifico muro (l'altezza anche qui è sempre quella dell'imposta dell'arco) che continuava per circa 12 m. piegando poi ad angolo retto per l'ampliarsi della gola e l'abbassarsi del terreno. Un breve pendio, e, poco più avanti, un'altra porta; di qui la strada, di nuovo larga e pavimentata, con blocchi posti a coltello, intervallati da briglie, riprendeva a scendere ripida e sinuosa.
Costeggiando poi la così detta agorà la via lastricata raggiungeva la parte meridionale, dove un importante incrocio stradale precedeva ancora un'altra porta: di qui la strada proseguiva pianeggiante per terminare al più piccolo dei virgiliani porti velini. All'estremità del molo, un torrioncino di blocchi d'arenaria ne indicava l'ingresso alle navi che potevano raggiungere, per l'ormeggio, l'interna piccola darsena.
Notizie di non lieve importanza rivelavano, intanto, l'ubicazione delle varie porte e il tragitto delle mura. I coloni avevano integrato tratti rocciosi con mura disposte a dividere Velia in compartimenti: i Focei avrebbero ottenuto dagli indigeni di stabilirsi nel quartiere meridionale. Ma la fusione dei gruppi etnici dovè avvenire rapidamente (conferma di ciò è nelle monete) se già verso la fine del VI secolo i Focei iniziavano sull'acropoli costruzioni imponenti, come l'Athenaion e subito dopo, sulla terrazza A, la grande ara di Zeus. Di più grande rilievo il percorso delle fortificazioni nella parte meridionale, di dove, volgendo ad angolo retto, salivano verso la gola. Qui, sull'alto della scarpata occidentale, erano resti di una porta con tracce della strada per l'acropoli, che, naturalmente, doveva accordarsi con il sentiero orientale dei templi e la sottostante via. Oltre la porta, una torre e le mura, che forse piegavano ancora, con duplice angolo retto, per unirsi a quelle del pianoro settentrionale, anch'esse in parte distrutte o utilizzate (Velia fu sempre una gratuita cava di pietre squadrate per tutti gli abitanti dei dintorni) nel corso dei lavori per la galleria ferroviaria, scavata obliquamente nel promontorio dell'acropoli. Quest'ultima, quasi tutta protesa nel mare, era, dunque, fuor delle mura: elemento, questo, determinante per supporre l'esistenza a Velia di un altro di quei santuari extramurani di Magna Grecia, elevati non da indigeni, ma da genti egee, in età tardo- micenea.
Protagonisti di questi ultimi scavi, i mezzi meccanici. Solo per essi furono possibili la rimozione e il lontano trasporto di un'incalcolabile quantità di materiale. Tuttavia, di alcuni impianti sugli strati asportati è documento sicuro nell'aerofotografia. L'interesse destato dalla comparsa di questo impianto urbanistico crebbe a seguito dei saggi praticati lungo le mura che fiancheggiano la strada per il porto meridionale. Queste mura (III secolo a.C), costruite con una suggestiva tecnica a scacchiera (riquadri di oblunghe pietre chiare in sostituzione dei conci di testa; normali, per lo più da reimpiego, i conci di taglio), non poggiano su nudo terreno, ma su un muro sommerso da masse alluvionali e da un più profondo spesso strato di fine sabbia di mare. Sotto di questo, dunque, il primo impianto, nel luogo, della città degli esuli e che difficilmente potrà essere messo interamente a luce. È da augurarsi che un'attenta ricerca possa fornire elementi utili anche per chiarire il problema dell'interramento dei porti, che, iniziatosi nel VI secolo, finì per soffocare molti vitali polmoni del versante tirrenico. Si comincia a delineare così la vera Velia, con i suoi fausti eventi, i problemi urbanisti, le tremende avversità. Dei primi, legati alla prosperità economica e alle fortune politiche, si è visto nel dire dei templi, delle fortificazioni, dei monumenti, delle monete. Degli altri, è appena possibile formulare un giudizio sui tentativi per adeguare la diffcile topografia del luogo alle necessità di un'idonea difesa e alle più diverse esigenze della vita cittadina; congetturare circa la meccanica delle alluvioni che si abbatterono sul quartiere meridionale; immaginare lo sforzo materiale ed economico per un'efficiente ricostruzione della città che poi decadde, fu distrutta, scomparve.
La rapida fusione dei gruppi etnici pose l'immediato problema di una più organica e unitaria cinta difensiva. Le primitive mura vennero integrate e potenziate (V-IV secolo) con un apparato veramente poderoso se riuscì — lo ricorda Strabone — a render vani l'assedio e il ripetersi degli assalti lucani.
All'impossibilità di creare una comoda rete stradale, si cercò poi di supplire colmando i dislivelli con scalinate di blocchi o tagliate nella roccia, si tentò con costose opere di salvaguardare l'incolumità dei passanti nei punti obbligati, come il quadrivio della gola che intralciò sempre le comunicazioni interne. La forte pendenza difficilmente permise alle ruote di un carro di solcare la stessa strada cardine che poi scomparve. La gola venne via via colmata dalle frane facilitate dalla particolare struttura geologica del terreno, principalmente dall'abbandono. Cosi, il succedersi di non comuni avversi fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III secolo a.C e agl'inizi del I secolo d.C, travolsero il quartiere meridionale, ripetutamente seppellendolo.
Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico trasportato d'un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un'erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell'irruente fiumara sempre più verso l'odierno. La stratigrafia del terreno, oltre che delle drammatiche ore che seguirono lo scatenarsi degli elementi naturali, informa anche dell'incendio appiccato alla città da spoliatrici orde saracene. Nell'ormai quasi deserta città affluivano, intanto, nuove ondate di monaci itineranti greci che già avevano costellato le adiacenti colline di asceteri e laure. Vi si stabilirono chiamandovi anche genti della propria terra, come si apprende da diplomi del tempo e documentano i forni bizantini dove si calcinarono tesori di marmi e sculture per elevare misere case e una chiesa su un edificio più antico probabilmente sacro.
Gli scavi sono continuati sulla stessa acropoli, alla ricerca di più antiche tracce di vita, ma irregolarmente durante lo scorso autunno, per l'inclemente stagione. Si sperava di chiarire almeno qualcuno dei più urgenti problemi, come l'estensione effettiva delia pólin di Erodoto, della città preesistente all'arrivo degli esuli Focei, l'affrettata ostruzione dell'arco con blocchi e mattoni anche crudi; ìa datazione dello strato di cenere vesuviana a non molte decine di cm. dello strato superficiale del terreno e perciò piuttosto che dell'eruzione del 24 ottobre del 79 d.C, della più lunga (28 maggio - 4 giugno) e formidabile del 1139 «che ottenebrò tutta l'aria e per trenta giorni ricoperse la terra»; il percorso della strada del Mingazzini che dai porti, e per la seconda porta settentrionale, avrebbe potuto raggiungere l'acropoli; la ricerca sul versante meridionale, dei primitivi templi distribuiti poi sul crinale della collina; ìa possibilità di un altro fenomeno alluvionale nel VI-VII secolo d.C. Del resto, se si continuerà a scavare sul versante meridionale, oltre che sulle pendici ad oriente delle insule, non mancheranno sorprese forse più suggestive dello stesso rinvenimento verificatosi proprio nel giorno che precede la seduta inaugurale del Convegno Velia e i Focei in Occidente promosso, proprio a Velia, da «La parola del passato». Appunto verso oriente apparve una bella testa barbata che suscitò non poche speranze quando la base si adattò perfettamente all'incavo della stele celebrativa di Parmenide. Parve che finalmente Velia stesse per dare un volto a colui che nel V secolo le aveva dato il primato della filosofia greca, fiorita anteriormente nella superba Mileto. Esistono, però, repliche del ritratto, e in non poche sale di musei e gallerie. Solo un'attenta ricerca potrà stabilire se proprio a Velia, per la prima volta, siano apparse le nobili fattezze del grande Eleate.


Velia, la città e i porti - Evoluzione fisica dell'antico litorale

Articolo pubblicato su:

Il Veltro, 2 anno XI, aprile 1967, pp.173-184

Pietro Ebner - Studi sul Cilento - Vol. 1 - pp.213-219