Storia di Ceraso

Ceraso, Cerasio, Ciraso, Ceraso: greco e latino nome di pianta. Sigillo ovaleggiante dell'università: pianta di quercia e leggenda Università di Ceraso.
Capoluogo dell'omonimo Comune (kmq. 45.90, con Massascusa, S. Barbara e S. Biase, alle quali si è aggiunta - decr. 16 febbraio 1959 - la frazione Petrosa). A m. 340 s.l.m. .
Da Salerno km. 99.498, da Vallo della Lucania km. 8.

La prima notizia pervenutaci su Ceraso è contenuta nella bolla di Eugenio III del 6 maggio 1149 con la quale si conferma all'abate Marino di Cava il possesso anche della chiesa di S. Barbara " ubi Cerasus dicitur ". Dell' importante nodo viario e centro di riferimento toponomastico è notizia pure in una bolla di Alessandro II del gennaio 1168. Il paese è però senz'altro di età più antica. Il toponimo evidentemente discende dalla pianta (Kerasos, Prunus cerasus), originaria dell'Asia Minore, che se non fu importata dagli Joni di Focea, che nel 540 aC. fondarono Velia, certamente fu introdotta da Lucullo che, nel 64 aC. da Kcrasous nel Ponto, ne portò a Roma una varietà (Plinio, XXX 15).
Il luogo già in età greca, però, era un nodo viario perché proprio da colà si diramava, " dalla strada del sale ", la più breve via per Novi, la Civitella e Gioì. Ed è difficile che in un siffatto centro viario non sia sorto un nucleo abitato già durante le guerre Puniche, quando il luogo, appunto per la sua posizione geografica, divenne un naturale centro di smistamento del legno pregiato per le navi, che si ricavava dai boschi circostanti per i cantieri velini.
Non abbiamo elementi per supporre che l'abitato fosse stato abbandonato durante le incursioni barbariche, è certo comunque che il vicus riprese il suo ritmo di vita con l'arrivo dei religiosi italo-greci che con le loro famiglie riempirono il vuoto demografico del territorio. Lo si deduce anche dal titolo della chiesa, intestata a S. Nicola di Mira, e dai circostanti toponimi, tra cui la badia oggi scomparso, ma ancora esistente nel '700, come mostrano i protocolli notarili.
Ceraso fu l'unico casale dell'antica baronia, e poi dello stato di Novi, che seguì gli eventi e la sorte del feudo fino all'abolizione della feudalità avvenuta nel 1806. Rinviando alla prima parte del volume (Storia di un Feudo del Mezzogiorno - La Baronia di Novi) e particolarmente a Novi per ciò che riguarda i passaggi feudali del casale, va segnalato che esso non venne mai alienato dai feudatari della baronia soprattutto per la singolare operosità dei suoi abitanti e per l'intraprendenza e il livello culturale di alcune famiglie. L'indagine si limiterà, pertanto, a rievocare alcune vicende che hanno contraddistinto nel tempo uomini e cose del casale spesso condizionate dai rancori e dalle faide di famiglie che fra di loro si ponevano in un rapporto di radicale competitività, i cui effetti però valsero a migliorare le generali condizioni di vita del popolo.

Nel Polittico di S. Barbara, la cui compilazione come si è detto potrebbe risalire al XII secolo, si ha notizia di alcune famiglie, di terreni allodiali o di terre concesse in enfiteusi ai naturali di Ceraso dalla Badia di Cava. Nei Registri angioini (VII, a. 1407) è notizia di " Petrus Zulus de Ceraso familiaris Erarius Curiae in Castro Positano, Minori, Maiori, Tramonti, Scalis, Ravello et Amalphiae "; dai documenti cavensi si apprende che proprio in quel tempo vi era a Ceraso un prete di rito greco, Bernardo Fasano, la cui vedova, nel 1415, donò dei beni all'abbazia di Cava. Notizia preziosissima, perché conferma come ancora in quel periodo, oltre che nei cenobi italo-greci ancora esistenti, l'antico rito si officiasse anche in alcune chiese del territorio e che quindi non fosse del tutto scomparso. Sempre in quell'anno lisca di Grandonio fu donata al monastero di S. Giorgio di Novi, ove nel 1430 vi giunse il dr. Dorodeo Lancillotti proveniente da Tropea, chiamatovi quale governatore della baronia da Giovanni Antonio di Marzano. Il fratello del Lancillotti, Giacorno, nel 1438 venne eletto vescovo di Policastro. Il figliuolo del governatore, Gelsomino, sposò Maria Prosquillo (Pasquillo, Peschillo), la quale ammalatasi si trasferì a Ceraso con la famiglia. Il governatore costruì nel casale un grande palazzo, con torre quadrata, che tuttora sovrasta l'abitato.
Nel 1496 primeggiava a Ceraso la famiglia Giordano, la quale costruì nella chiesa parrocchiale una cappella dedicata a S. Caterina. Nel 1506 (17 novembre) il parroco Miraldo de Miraldo convenne con Carlo de Vicariis per la fusione di una campana.
Dalla Platea dei Celestini si ha notizia di donazioni di diritti al monastero, come quella delle acque e corsi d'acqua del territorio Isca di Ceraso da parte del barone Berlingieri Carrafa nell'anno 1521; di concessioni di terre, con atti notarili Andrea de Lettieri del 1553, da parte del medesimo convento a G. Battista Jannicelli e di parte del Dragonetto di Cuccaro; e al nobile Nicola Giordano nell'anno 1560 delle «Destre di Chiarella ».
Con i Lancillotti, i Giordano, i Fasano emergono a Ceraso nel '500 gli Jannicelli, i De Mero (Di Miero), e i De Lisa, tra cui il dr. Cesare, regio giudice nel 1572. Il 2 maggio 1579 si realizzò la permuta con grano dei « cinque trienti, o sieno grani 2l/2 » dovuti per «Le destre di Falotta » tra i nobili D. Scipione Peschillo, che era stato investito da Ettore Pignatelli del suffcudo di Falotta (odierna Failotta), e il dr. Scipione Fusco. Famiglia quest'ultima trasferitasi da Novi a Ceraso, dove ottenne dai Pignatelli privilegi feudali su alcuni molini, ma che continuò a provvedere alla cappella gentilizia costruita nella chiesa di S. Giorgio di Novi. La famiglia Fusco si trovava già a Ceraso nella prima metà del '500, come si rileva da un loro « Libro di conti » con interessanti notizie di partite di entrate e uscite. Il noto consigliere Pietro de Fusco nacque il 6 settembre 1638 a Cuccaro perché la famiglia era stata costretta temporaneamente a rifugiarvisi perché perseguitata dai « banditi (che) furono i suoi implacabili nemici ».
Ciò dopo che ne incendiarono la casa situata in Via Fuschi e nella quale avevano anche un oratorio. La famiglia si estinse nei Lancillotti con Caterina, e la casa fu acquistata da Carlo Vinciguerra e poi venduta ai Fasano. Nel 1580 Scipione Prosquillo di Novi, « domino feudi Falotta », concesse tre terreni in detta località a Gabriele de Mero di Ceraso, come si apprende dai protocolli del notaio Cortellisso, nel quale è anche annotato un corredo da sposa 13. Nella Platea dei Celestini è menzionato pure l'acquisto di una casa a Ceraso nell'anno 1588 da parte del convento che nel 1595 ricevette anche una donazione da G. Paolo Giordano.
Nel 1628 Fabio Fasano, marito di Olimpia Pinto, uccise Meri Fasano e Diego Manganello. Il Fasano fu poi arrestato e tradotto nelle carceri della Vicaria di Napoli ove rimase per un anno e poi dimesso dopo aver pagato 150 ducati (remissione nei prot. not. Domenico A. Cortellisso). Da questo apprendiamo il nome di un medico di Ceraso, il dr. fisico Antonio Perillo, esercente a Napoli. Nella stessa città, in tempi diversi, vi hanno esercitato la professione altri medici di Ceraso. Nella prima metà dell'800 tra i medici di Corte si annoverano Filippo Palumbo, Domenico Antonio Dura e successivamente il dr. fisico Francesco Giordano, già medico del reggimento Real Ferdinando. Quest'ultimo apparteneva alla ricca famiglia Giordano, già fiorente nel '400, che annoverò medici, avvocati e sacerdoti e quel Pietro Giordano promosso da Garibaldi maggiore sul campo del Volturno. Accanto a questi va ricordato anche Michele Cortazzo, un pittore che nella prima metà dell'800 si trasferì a Napoli, ove nel 1833 espose un quadro raffigurante la Maddalena nel Real Museo Borbonico. Nel 1770 l'avvocato Giovanni Lancillotti si rivolse al re per un aumento del « soldo mensuale » quale professore di lingua italiana nel Collegio del SS. Salvatore di Napoli, cattedra che gli fu conferita dal sovrano con lo stipendio di d. 20 mensili. Il Lancillotti aveva già pubblicato i suoi apprezzati Principi della lingua italiana usato anche dalla « regal prole •>.
Il casale di Ciraso è perfettamente ubicato nell'Italia di Matteo Greuter del 1657, casale di cui è una prima descrizione nell'estimo del tavolano Cafaro:

Casale di Ceraso: Sta situato detto Casale distante da un miglio dal sopradetto di Massascusa verso la marina, e dalla Terra di Novi miglia tre, vi è la chiesa detta S. Nicola è officiata da un Abbate, e quattro Sacerdoti; tra detto Casale e il suddetto di Massascusa è una Cappella sotto il titolo di S. Silvestro jus padronato. L'Abbitazionì sono di case terragne, ed alcune palaziate coverte a tetti con pavimenti et astrechi sopra legname. La sua vita viene terminata fuorché dalla parte del mare dal quale sta distante miglia tre. L'habitatori sono tutti bracciali, ed alcuni vivono d'entrate, il suo aere è perfetto, et è abbondante d'acqua. Vi è molino e trappeto per oglio. Vi si raccoglie da quelle donne la mortella, della quale fanno industria. Si governa da due eletti, che si creano ogni anno. Sta numerato per fuochi numero cento. Paga de fiscali annui docati 420. // Entrate feudali che si rendono al Barone per la bagliva, e Portolania annui due. 40.2.10 // Per la pesona seu renditi minuti di particulari Cittadini inclusovi il molino e due trapped 13.0.5 // Per il molino delle mortelle oggi guasto però vi vorrà poca spesa ad accomodarlo può rendere ogni anno doc. dieci io.0.0. // Per un territorio con pie di olive detto la Vigna della Corte può rendere ogni anno doc. tre dicono che oggi all'Abbate di S. Maria di Pattano 3.0.0. // Per il territorio detto la Chiusa de Verduti ogni anno tt. quattro d'orgio alla piccola 2.0.0. Sono d. 81.3.0. // Delli quali se ne deducono due. quindici per tante tomola di grano, che dicono rendersi ogni anno all'Abbate di S. Maria di detto casale di Pattano restano doc. 66.3.0.

Solo qualche anno dopo avevano inizio « Le sventure di casa Lancillotti », uno tra i più interessanti capitoli delle memorie di questa famiglia. Il cronista, dopo aver segnalato rapimenti, denunzie, ricatti, si sofferma a descrivere l'odio per circa due secoli nutrito contro la sua, da due famiglie del luogo.
Il 29 ottobre 1664 fu rapito Aquino Lancillotti da Antonio Gatta di S. Biase e da altri affiliati alla banda di Beppe Marino. Riuscito vano «ogni legittimo tentativo (...) solo il denaro piegò l'audacia di quei lupi rapaci, giacché dopo 15 giorni si presero di riscatto ducati dugento ». Nel 1665 con una «Partita di Banco della SS. Annunziata di Napoli di d. 500 a complemento de' ducati 500 che si pagarono in Livorno da D. Giovanni Lancillotti per lo riscatto di D. Eugenio suo figlio dalle mani de' Turchi Affricani». Con decreto 24 gennaio 1673 Aquino Lancillotti venne « assoluto dall'inquisizione de' sali », denunziato per aver fatto trasportare e occultare una « salma » dì sale.
Il cronista di casa Lancillotti imputa a motivi d'interesse il crescente rancore nutrito contro la sua dalle famiglie Fasano e Jannicelli nel '600 e '700. Nella prima metà del '6oo dette famiglie erano invece in buone relazioni essendo associate nel redditizio commercio della seta 18. I rapporti cominciarono ad alterarsi nel momento in cui le famiglie Fasano e Jannicelli si rifiutarono di restituire ai Lancillotti i consistenti prestiti che pur avevano consentito loro di salvarsi dalle rovinose speculazioni nelle quali si erano trovate coinvolte. Gli odi si placarono soltanto in occasione delle nozze di Lucia Lancillotti con Romualdo Jannicelli. Oltre la dote di 1500 ducati agli Jannicelli toccarono dopo la morte dei genitori della sposa, anche le enormi ricchezze dell'antica famiglia. A quegli astii anche « la trama (...) ben ordita da D. Leopoldo e da D. Romualdo Jannicelli» e dai fratelli Fasano (28 aprile 1754) nel « contrabbando del tabacco ritrovato in casa Lancillotti ». I predetti furono « a tanta iniquità sospinti, per non pagare mai i debiti ai Lancillotti dovuti (la lite iniziata nel 1712, durava ancora nel 1760), e della vergognosa invidia, per aver i Lancillotti acquistati i beni del sig. de' Sanctis >. L'esposizione delle « sventure » continua con una documentazione sempre più nutrita. E notizia di un giudizio circa il possesso di un mulino con querele e controquerele, conclusosi solo nel 1783 con una Provisione del Sacro R. Consiglio favorevole ai Lancillotti. Si apprende di denunzie per stupri, aborti, violenze, ingiurie, con elenchi di spese a sanare questioni pendenti. Ma « neppur qui si arrestò dai malevoli della Casa Lancillotti di malignarne la stima e l'interesse», prosegue il cronista, perché gli « implacabili nemici della casa », sempre cioè Jannicelli e Fasano, giunsero a denunziare persino al « Fisco Apostolico della Rev. Nunziatura di Napoli la negoziazione illecita» compiuta dal rev. Don Pietro Lancillotti, « accuse facilmente discoverte, e valorosamente smentite ».
Naturalmente manca ogni cenno sulle inevitabili ritorsioni dei Lancillotti contro le due famiglie nemiche. Non si sa, cioè, se il fuoco che nel 1770, di notte, distrusse la casa del dr. Romualdo Jannicelli (la famiglia a stento riuscì a sfuggire alle fiamme), fosse divampato per personale vendetta di alcuni briganti o per commissione dei Lancillotti. Certo è che le anzidette famiglie nel '91 erano ancora fiere nemiche.

In quel periodo Ceraso fu tra primi villaggi del territorio ad associarsi ai moti rivoluzionari poi repressi dalla controrivoluzione provocata, su incitamento di mons. Torrusio, da D. Raffaele Fasano, il quale costrinse il popolo a professarsi borbonico e ad abbattere le insegne municipali. Il 22 ottobre 1799 il vescovo illustrò alla Giunta dei generali il comportamento tenuto dal Fasano nelle operazioni e soprattutto del denaro elargito dalla sua famiglia per il mantenimento delle milizie borboniche.
I Lancillotti, benché borbonici, non aiutarono il Fasano nell'impresa. Il loro lealismo, però, è attestato da numerosi documenti di archivio: ricevute di donativi « in segno di zelo », dispacci reali, esortazioni « del nostro sovrano », relazioni dove si parla dei « ribaldi Francesi ». È più che probabile che tutto ciò, unitamente a un temporaneo dissenso con i Fasano, avesse favorito il deciso schieramento tra i liberali del luogo, capeggiati dalla famiglia Giordano, anche degli Jannicelli, tra cui il dr. Basilio junior, indiziato come uno dei promotori della sedizione contadina del 1820 e poi consigliere e deputato provinciale.
Nel 1806 giunsero da Pisciotta due Francesi per promuovere a Ceraso la rivoluzione, ma i borbonici li fecero subito imprigionare. Sempre nel 1806 i briganti borbonici Ambrosio Lanzullo e Michelangelo Luongo da S. Angelo Fasanella, sparsero il terrore nei dintorni: un giorno giunsero a Ceraso travestiti da guardie, spingendo, innanzi a loro, banditi incatenati. La popolazione si riversò in piazza inveendo contro gli arrestati che, gettata la maschera, misero a sacco il paese.
L'8 novembre 1809 l'eletto di Polizia Antonio Di Giulio « del Comune centrale di Ceraso » denunziò al giudice di pace del circondario di Vallo che il 6 novembre di quell'anno, in località Fama, era stata rapita dai briganti Domenico Antonio Buonomo e Giuseppe Pinto, una certa Eufemia de Lisa da Ceraso, rinvenuta giorni dopo in un vallone di quella contrada che una perizia poi accertò fosse stata trafitta da ben nove colpi di pugnale.
Nella notte del 27 luglio gli stessi banditi con i loro accoliti irruppero in casa Lancillotti, i quali imputarono l'invasione ai Fasano e agli Jannicelli loro eterni nemici. L'8 maggio del 1811, l'eletto di Polizia di Ceraso, Antonio di Gliulo, avvertì il giudice di Vallo che il venticinquenne Giuseppe Pinto, « di condizione brigante », abitante « nella Strada detta Capo del Prete » era stato rinvenuto « morto ucciso con le armi alla mano il suo corpo esposto nella Pubblica Piazza di questo capoluogo, e tutte le altre Membra nei Comuni di Terradura, Catona, S. Barbara e Massascusa». Pochi giorni dopo (n. 11 Rcg. di morte) fu rinvenuto il corpo del trentanovenne Domenico Antonio Buonomo « abitante nella Strada de' Monaci (...) ucciso a colpi di bastone: il suo Capo esposto in pubblica Piazza di questo Capoluogo, e le altre Membra nei Comuni di Terradura, Catona, Massascusa e S. Biase» (sindaco Francesco Maria Lancillotti).
Nelle deliberazioni decurionali e in quelle del Consiglio Comunale si rinvengono altri dati sulla vita economico-politica del villaggio, su epidemie22, e passaggi di truppe.

Altre notizie su Ceraso ai primi dell'800, le troviamo in Giustiniani che qui dissente dalla sua fonte, l'Antonini. Questi aveva scritto che dopo Massascusa « seguendo il corso del già detto fiume Palisco, e per belle pianure, coverte ancora di castagne, e di querce, un miglio lontano è posto il grosso casale di Ceraso, che ha bellissimi terreni, ove, oltre a' generosi vini, che vi nascono, sono olivi in grandissima copia, ed ogni altra spezie di frutta ». Il Giustiniani giudicò poveri il territorio e il casale contraddicendosi poi con raffermare che i cittadini vendevano l'eccedenza dei loro prodotti in altri mercati: «Dal loro territorio ritraggono i soli prodotti di prima necessità. Nelle parti macchiose vi si trova della caccia; e vendono il soprawanzo delle ricolte in altri luoghi. Io non so nulla delle sue antichità. È notabile di essere stata la padda di Giovanni Emilio Lancellotti autore di una buona Grammatica toscana riprodotta più volte. Egli fece il giureconsulto ne' tribunali di Napoli e il maestro di lingua nel collegio del Salvatore. Scriveva bene l'italiano, e meglio il latino. Ne abbiamo anche un'Epistola de incendio Vesuvii anni 1776 ad Antonimi Aeritreum in 8 ».
Il Giustiniani informa pure della locale popolazione che da 270 abitanti (1532) passò a 624 in appena una sessantesimo (1595) per scendere a 462 ancora tredici anni dopo la peste. Il 31 luglio del 1656 morirono 48 persone, come si è visto. Con la ripresa demografica si toccarono i 1044 abitanti nel 1722 diminuiti a 905 nel 1798. L'intero Comune che nel 1810 aveva una popolazione di 2117 abitanti raggiunse i 3241 nel 1858, scendendo a 3526 nel 1871 e a 2286 nel 1901, che si può considerare il momento della massima emigrazione. Diversamente da S. Barbara, la cui emigrazione fu sempre contenuta perché ha sempre rifornito il mercato nazionale ed estero della locale ricercatissima radice di erica (industria delle pipe), la popolazione di Ceraso continuò a emigrare. La mano d'opera di S. Biase e Massascusa veniva intanto sempre più assorbita dalla fabbrica di estratti tannici Ravera & Solari elevata in contrada S. Sumino, Industria che se fece di Antonio Ravera un cavaliere del lavoro, contribuì a migliorare il locale tenore di vita. « Vallo della Lucania, Castelnuovo Cilento e Ceraso son già più innanzi nella civiltà; ma sono delle oasi in un vasto deserto ». Campagne fertilissime con terreni misti di calcare, argilla e silici riposano su letti di antichi conglomerati fluviali, « condizioni ottime per tenere asciutto il suolo mediante una fognatura naturale », così scriveva il De Giorgi offrendo un ritaglio molto significativo sia sotto il profilo economico che sociale della zona.
L'esame delle disponibilità finanziarie del casale è reso difficile dalla mancanza dei conti comunali dell'università e dei budget e stati-discussi dal 1806 al 1840. Nel 1840 le entrate ammontavano a d. 2022.98 e le uscite a d. 1351.96. Nel 1859 quest'ultime erano diminuite di circa cento ducati mentre le entrate erano aumentate di oltre 200: vero è che in quell'anno figura tra le entrate il reddito della Montagna promiscua di complessivi ducati 428.50. In questo periodo si avvicendarono al Comune ben 11 sindaci.
La ripartizione delle entrate è sufficientemente rappresentato dallo stato-discusso quinquennale 1848-1852 che elenca i redditi provenienti dai beni patrimoniali (d. 647.50) di derivazione, soprattutto, daziari sia ordinari che straordinari (d. 730) e un residuo consistente di cassa di 612 ducati. Nello stesso bilancio sono indicate uscite per complessivi d. 2049.. 06. Va ricordato che il dazio sulle carni rendeva d. 30 e sul vino (grana 30 a cantaio) d. 700 e cioè 2975 lire oro. Nel bilancio quinquennale 1858- 1862 si registra una diminuzione delle entrate nonostante che i dazi sulle carni e sul vino continuassero a dare un reddito di 730 ducati. Così la riserva di cassa si era ridotta ad appena d. 49.34 mentre i redditi ricavati dai fondi Metoio, Cigliuti e Retara (moggia 2851) si erano ridotti della metà; a ciò andavano sommati gli aumenti degli stipendi al personale (da d. 457.20 a 576.05), segno evidente che l'aumento del costo della vita aveva raggiunto anche i piccoli Comuni del regno. Non meno interessante l'analisi dei dazi: sulle carni d. 1 per ogni animale vaccino, grana 50 per ogni « annicolo o annicola », grana 25 per ogni vitello o vitella di oltre un anno (grana io se inferiore all'anno), grana io per ogni altro animale caprino o pecorino, grana 25 per ogni « porco » compresi quelli, che venivano macellati per uso privato; sui vini si continuavano a pagare grana io a cantaio. Tra le spese preventive: d. 290 per « l'opera della strada rotabile da Ceraso a Vallo », d. 50 per riattare una fontana e d.. 400 per la prossima costruzione del campanile della chiesa di Ceraso.
Questione demaniale

Nei resoconti dei Parlamenti e nelle deliberazioni decurionali vi sono menzionate le nomine dei patrocinatori per il riconoscimento dei diritti dei contadini sulle terre comuni. Azione iniziata, come si è visto, nel: lontano 1797 dall'università e perseguita senza soste fino alla rivolta contadina del 1820 che doveva poi spandersi a macchia d'olio ovunque. Va ricordato che con un processo verbale del 29 agosto 1810 il decurionato segnalò che in esecuzione al decreto 3 dicembre 1808 i fondi su cui i cittadini vantavano diritti riguardavano 4 ex feudali (Crociata, Orria, Piano di Venanzio e La Serra), otto fondi appartenenti alla chiesa di S. Biase (Vesceglieto, Vitolella, Fiumara, Orria, Castagneta, Insertilleto, Scorticati, Piano di Buonavita), quattro della chiesa parrocchiale di Novi (Vitolella, Insertilleto, Tempa dei Lombardi, Forcati), dodici della chiesa parrocchiale di Massascusa (Piano dell'Abbondanza, Aracelle e Angelari, S. Salvatore, Fellone, Crocevia, Spenito, Pianiello, Pietralva e Don Mauro, Monteciello, Vessenielli, Patia e Petruso), sette della chiesa parrocchialedi Ceraso (Vozza o Don Mauro, Orria, Piano di Palermo, Cognulo di S. Nicola, Pescicolo, Santoiorio, Treppato), sette fondi appartenenti ai PP. Celestini di Novi nei Reali demani dopo la soppressione del monastero (Crocevia, Jorio, Sarlo aperto, Tempa di risi, Metuoio, Sanlonardo, Forcati), due della Badia di Pattano (Badia e Raniello), quattro di Gaetano de Marsilio di Vallo (Retara, Cigliuti a destro, Scarpaleggia e Retara di Gliulo), cinque della cappella del SS. Rosario di S. Biase (Orria, Pesatura, Scorticati, Fiumara, Insertilleto), due della cappella dei Martiri di S. Biase (Ancella e Macchia), uno della cappella di S. Andrea di Ceraso (Serre) e due della chiesa di S. Barbara (Serre e Cafaro).
Con una seconda ordinanza del 20 settembre 1811, il Commissaria Giampaolo assegnò a Ceraso anche 33 moggi del fondo Jorio, 33 di S. Salvatore, 20 di Spineto, 16 2/3 di Monticello, 13 della Crociata, 30 di Ramillo o Piano dell'Abbondanza e 24 moggi del Castagneto della chiesa di S. Biase. Nel periodo 1816-1838 si censuì il terzo dei fondi S. Salvatore, Fellone e Monticello a favore di D. Nicola di Mattia di Vallo, terre poi quotizzate. Nel 1919 venne chiesta anche la quotizzazione del Metuoio per 18 famiglie povere di Ceraso, 6 di Massascusa, 8 di S. Biase e 11 di S. Barbara.

Chiesa. Or. N -S

La più antica notizia di una visita pastorale a Ceraso si desume dalla bolla di mons. Loffredo del 2 settembre 1541 che appunto nella locale chiesa parrocchiale elevò a sei il numero dei chierici della chiesa della Vergine delle grazie di Vallo.
Il primo decreto pervenutoci risale al 20 maggio 1604 ed è di mons. Morello, il quale annoto che il tabernacolo custodiva soltanto una piccola pisside con coppa argentea con base di bronzo dorato, che l'altare maggiore aveva soltanto due candelabri, che l'altare dedicato alla Madonna delle Grazie aveva anch'esso soltanto due candelieri, mentre l'altare dedicato al Rosario aveva pure una « cruce in auricalco ». Questa cappella certamente venne costruita subito dopo la battaglia di Lepanto se il 19 giugno 1579 il Procuratore generale dei PP. Predicatori vi annetteva speciali indulgenze. Il 9 giugno 1629 lo stesso Generale dell'Ordine sanzionò la costituzione di una Confraternita, scioltasi appena pochi decenni fa.
Mons. Morello visitò anche la cappella di S. Caterina, costruita nel 1496 dalla famiglia Giordano e quella di S. Andrea che sull'altare aveva una croce di legno scolpito.
Le chiese erano di una semplicità primitiva se le stesse cappelle costruite nell'abitato da famiglie ragguardevoli del casale erano piuttosto spoglie. La cappella di S. Silvestro, ad esempio, fatta costruire dai Lancillotti, in un primo momento aveva soltanto due piccoli candelieri sull'altare, come quella di S. Giuseppe di patronato dell'università, nonostante avesse avuto donati dei beni per testamento da Giuseppe Miraldo.
Comunque, la chiesa doveva essere davvero spoglia se il vescovo ingiungeva al parroco di provvedere entro quattro mesi all'acquisto di « calices et patene » .
Verso la fine del secolo già era tutto cambiato. Lo si rileva dal decreto del 24 luglio 1698 del fratello di mons. De Pace, il quale « in tempore propter estivos calores », con il suo cancelliere e altri « iter petiit Cerasium versus pedester », impiegando ben due ore da Novi a Ceraso. Ricevuto dal curato, Giuseppe Fasano, essendo l'arciprete Giuseppe Fasano deceduto il 2 aprile, il vicario nella sua relazione conclusiva annotò i seguenti beni e arredi : un « vase lapideo » del fonte battesimale già segnalato da mons. Morello con una « conca ramea », una « magna custodia lignea decurata » collocata sull'altare maggiore, le cappelle del Rosario, arricchita da una lampada d'argento (anche la sepoltura per i confratelli), di S. Caterina della famiglia Giordano, di S. Andrea della famiglia Fasano, della SS. Concezione, evidentemente al posto di quella della Vergine delle Grazie, e dal 1° luglio 1685 della famiglia Vinciguerra, nonché un nuovo altare dedicato a S. Maria del Monte Carmelo da D. Nicola Fasano. Nell'angusta sagrestia vi erano custoditi tutti gli arredi necessari al culto: calici, turiboli con navette e croci tutti d'argento. Inoltre in « cornu epistulae » dell'altare maggiore, un armadio di noce scolpito « ubi conservetur statua fictilis lignei » del Rosario vestita di seta ricamata in oro e il bambino Gesù con corona di argento e collana d'oro e tra le dita una fine corona di ambre.

La chiesa risentiva delle migliorate condizioni economiche generali e dell'uso invalso tra i ricchi di elevare, per prestigio familiare, cappelle o altari nelle chiese e fuori e oratori nei propri palazzi, emulazione che contagiò anche i meno abbienti come testimoniano gli oggetti preziosi donati ai santi più vicini al loro cuore.
Nella chiesa, annota ancora il vicario, vi era un pulpito, un piccolo organo e i confessionali, nonché « plures sepulturae communes ». Il campanile « habet orologium » e due campane. Come tutte le antiche chiese del territorio anche questa aveva due porte. Fuori la chiesa, oltre alle cappelle già ricordate, vi era quella dedicata a S. Antonio di patronato dell'università, con soffitto di legno e « campanula super ianua ». Di questa cappella si ha notizia nel Polittico di S. Barbara.
Il vicario, in occasione di questa visita, proibì alle donne di seguire « de nocte » i sacerdoti che si recavano a portare il viatico ai moribondi. Il decreto di mons. Nicolai del 16 novembre 1711 (ff 90-92) assume particolare rilievo perché tra le prime disposizioni emanate dopo il suo ricevimento «ante capella S. Silvestri ( . . . ) mandavit infra annum fieri cemeterium in loco decenti sub poenis arbitrio ». Il vescovo ordinò pure di ampliare l'angusta sagrestia e di far riparare la chiesa, « extra habitatum », di S. Antonio. Il decreto informa pure del consenso alla famiglia Jannicelli di demolire l'altare di S. Caterina e alla famiglia Lancillotti « in principali altari collocetur imago S. Cajetani », nella chiesa di S. Silvestro, immagine che la famiglia fece dipingere dal Solimena.
La prima domenica di ottobre del 1717, i Procuratori della cappella del Rosario (Benigno Fasano, Eugenio Lancillotti e Basilio Jannicelli) prepararono il bilancio trascrivendo tutte le rendite della cappella. È singolare come i componenti di queste famiglie riuscissero a mantenere formali rapporti pur covando più che profondi rancori tra loro.
Dall'elenco nominativo del clero della diocesi, compilato nel 1730, si rileva che a Ceraso, un casale di mille abitanti, vi erano otto sacerdoti, tre accoliti, quattro chierici, due novizi e due chierici coniugati. Da Ceraso iniziò le visite pastorali il 1° giugno 1738, per delega di mons. Odoardi, il vicario D. Giuseppe Valletta, ricevuto dal clero « et nobilibus ciusdem loci », innanzi alla chiesa di S. Nicola di Mira al quale era anche dedicato l'altare maggiore, « in qua adest statua fictilis B. Mariae Assuntae », una delle più belle statue esistenti nella diocesi e ancora oggi collocata sull'altare maggiore; si apprende pure che il soffitto della chiesa era dipinto e che la cappella del Rosario era « unitam et incorporatam » alla chiesa parrocchiale.
La chiesa che già mons. Nicolai nel 1711 aveva suggerito di rifare insieme al cimitero, doveva essere in pessime condizioni di stabilità se il popolo, unito a Parlamento il 10 ottobre 1762, nel deciderne la demolizione, nominò un cassiere nella persona di D. Gaspare de Miero per conservare le offerte raccolte per la costruzione del nuovo edificio. La chiesa, pertanto, venne « diroccata e principiata a fabricare ». Ma l'università si avvide presto dell'impossibilità di una conduzione in proprio dei lavori. Un nuovo Parlamento, del 12 ottobre 1766, nel confermare la precedente scelta del cassiere, stabilì di procedere alla nomina di due Deputati per la « ristaurazzione, rifazzione o rinnovazione della nostra chiesa parrocchiale, stante la gran necessità della medesima, non solo per la strettezza, ma anche perché era cadente ( . . . ) Unica voce «vennero eletti il dr. Leopoldo Jannicelli e il notaio Attanasio Custode di Miero » con il compito, innanzi tutto, di espletare tutte le pratiche necessarie ad ottenere il real assenso per « riscuotere da quelli che volontariamente ne ferono l'offerte e ne stipularono pubblico e sollenne Instrumento per mano di me Notar Niccolò Fasano in data del dì quindeci ottobre dell'Anno 1762 ». Inoltre, i deputati oltre a scegliere un idoneo maestro di fabbrica per il prosieguo dell'opera, avrebbero dovuto seguire i lavori, emettendo « Biglietti, o siano Mandati a beneficio del Maestro Appaltatore» e fare quant'altro era necessario per la più rapida esecuzione dell'opera. Scelta che cadde sul « maestro Innocenzo Bortone muratore della Terra di S. Biase » che aveva già dato saggio del « suo ministerio in altri consimili edifizi », il quale •convenne di costruire la chiesa « per ducati 770 » attenendosi al progetto approvato e alligato all'istrumento. Il 25 ottobre 1766 il Parlamento confermò (notar Niccolò Fasano: ASS, b anni 1764-1766) l'incarico al Bertone « di costruire e piantare detta chiesa a tenore del predetto disegno dalle fondamenta (...) Più fabricare un Cimitero in un luogo destinando che abbia una lunghezza di palmi cinquanta, altezza dal piano palmi venti ed ampiezza palmi venticinque » lasciando intatto « il presente esistente Campanile ».
Appare evidente l'esiguità della somma (d. 770 = 3272.50 lire oro) per un'opera che comprendeva la chiesa e il cimitero, anche se riferita soltanto al lavoro, perché a norma di contratto, tutto il materiale occorrente, persino i chiodi, dovevano essere forniti dall'università. Forse il maestro di fabbrica fu indotto ad aderire al contratto sperando di ricavare più consistenti utili dalla facoltà concessagli « pel tempo che durerà detta Fabrica di uscire due volte l'anno questuando per Ceraso ». Ma anche l'università dove ricredersi sul costo dei materiali da fornire. Certo è che i lavori vennero sospesi dopo la caduta di uno dei muri perimetrali che si stava rinforzando.
Manca nell'Archivio della diocesi il decreto del 20 marzo 1771 di mons. Zuccari della cui visita a Ceraso è notizia sicura dai documenti dell'archivio Lancillotti. Il 12 marzo 1771 il vicario generale di Capaccio e il cancelliere della Curia avvertirono l'abate, D. Niccolò Lancillotti, dell'imminente arrivo di mons. « D. Angiolo M. Zuccari vescovo di Capaccio in S. Visita in Ceraso ». Il presule amministrò il 20 marzo di quell'anno «il Sagramento della Confermazione (...) nella sala grande del quarto superiore della casa Lancillotti. Le funzioni preliminari di mattina si sollennizzarono nella Cappella di S. Silvestro », ove, evidentemente si ascoltava la messa in quel tempo.
La mancanza di questo decreto non consente di stabilire a che stadio si trovasse, in quel momento, la costruzione della chiesa. Ma non è da escludere che lo stesso vescovo, costretto ad amministrare la cresima in. una casa privata, consigliasse in seguito, anche per le difficoltà insorte, l'abbandono del costosissimo grandioso progetto primitivo limitando la opera alla sola parte anteriore e cioè fino alla crociera. Certo è che solo 19 anni dopo, nel 1790, come si rileva dalla data incisa sul portale, la chiesa, venne aperta al pubblico completa nella parte anteriore anche da decorazioni in stucco. La variazione del progetto originario si rileva dal fatto che mancavano le colonne previste le quali furono sostituite da semplici paraste, come pure nei listelli soprastanti ai compositi capitelli del tutto diversi da quelli che partono dall'arco antistante alla crociera; anche i rosoni sono diversi da quelli progettati in origine. Della fabbrica nuova (crociera, cripta, sagrestia, campanile) è precisa descrizione nel decreto della minuziosissima visita eseguita il 26-29 ghigno 1873 da mons. Siciliani. Lavori quest'ultimi iniziati nel 1866.
Il vescovo, nell'annotare le cinque reliquie custodite sull'altare maggiore rileva che esso « siccome non è terminata la costruzione dell'intera Chiesa, così provvisoriamente è tutto di legno benché collocato in luogo proprio decente », cioè addossato al muro antistante la crociera, completata soltanto nel 1873 con cupola ed abside (diverse dal progetto); era ancora incompleta la sagrestia e il campanile. Ma seppure il « pavimento sarà fatto insieme alla Chiesa, la quale come abbiamo detto è ancora in costruzione », era stata aperta sul muro dell'abside la « nicchia ornata all'intorno di quattro colonne di legno con cornice dipinta di color marrone » nella quale era stata già posta la statua di legno dell'Assunta. Malgrado le sovvenzioni del Comune (aveva cominciato a stanziare somme dal 1862) e del popolo, che si prodigò in tutti i modi, difficilmente la costosissima opera sarebbe stata portata a termine se non si fosse proceduto alla vendita, previo consenso ecclesiastico e laico, dei 17 terreni tenuti a colonia lasciati alla chiesa per congrua, cui vanno aggiunte le offerte degli emigrati nelle due Americhe.
La chiesa, come scrisse mons. Maiese , venne completata nel 1877 e consacrata da mons. Maglione l'8 maggio 1888. Insieme al nuovo organo, che mons. Siciliani aveva suggerito di rifare, si erano rivestiti di marmo gli altari della crociera e l'altare maggiore, ornato da preziosi e policromi marmi su cui sovrasta un ricco tabernacolo. L'altare risulta impreziosito da un paliotto ornato di un bel medaglione raffigurante l'assunzione della Vergine al cielo.

Storia di un feudo del Mezzogiorno - La Baronia di Novi
Edizioni di Storia e Letteratura
pp.412-432